Frequenza cardiaca: conoscerla diventerà una routine
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel nostro paese circa 4 milioni di persone hanno problemi alle coronarie e fino al 2030 quest'ultime rimarranno il principale problema sanitario nel mondo. Sotto accusa sono gli stili di vita, quindi la scarsa attività fisica, l'abbandono della dieta mediterranea, il fumo di sigaretta.Fino al 3 settembre si svolge a Monaco il Congresso della Società Europea di Cardiologia, la più grande assise medica al mondo che riunisce oltre 35 mila specialisti da tutto il pianeta. In questa occasione è stato presentato uno studio pubblicato sul Lancet che conferma che se la frequenza del battito cardiaco supera i 70 battiti, aumenta il rischio di infarto e di malattie coronariche, sia per le persone sane sia soprattutto per i cardiopatici. Così come se si superano i valori di 140/90 per la pressione arteriosa o i 200 mg di colesterolo. Da oggi, dunque, misurare il polso dovrà diventare routine, soprattutto se si hanno problemi cardiaci. Da Monaco, i cardiologi sono concordi: si deve intervenire su tutti i fattori di rischio: ipertensione, ipercolesterolemia, ipertrigliceridimia e da oggi frequenza cardiaca, che in una persona sana dovrebbe attenersi intorno ai 60 battiti al minuto.
Lo studio, chiamato “Beautiful”, è cominciato nel dicembre del 2004, ed ha coinvolto circa 11.000 pazienti con malattie coronariche in 33 Paesi dei 4 continenti. La ricerca è coordinata dal professore Roberto Ferrari, direttore della clinica cardiologica dell'università di Ferrara, nominato proprio a Monaco presidente della società Europea di Cardiologia, la prima volta di un italiano.
In questi ultimi anni è stata studiata l'efficacia dell'ivrabadina, una molecola studiata appositamente ed esclusivamente per abbassare la frequenza cardiaca e mantenerla sotto i 70 battiti al minuto. Durante lo studio è stato dimostrato che questa molecola, made in Italy, riduce del 36% il rischio di infarto e di ben il 30% il rischio di un intervento alle coronarie in pazienti cardiopatici. Una vera e propria rivoluzione nella lotta alle malattie cardiovascolari.
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